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Il blog di Vittorio Caltabiano

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Nikolajewka -26 gennaio 1943

Posted by vittcaltabiano su 24 gennaio 2014

…………..Il 1°  gennaio 2014 sono stato a Branzi , un piccolo paese dell’Alta Val Brembana, a pochi chilometri da Bergamo. Con la mia famiglia  avevamo prenotato presso un ristorante locale il pranzo di capodanno per gustare la buonissima  polenta taragna  ed altre bontà del posto!

Nella piazza dela cittadina uno striscione riportava una scritta IMG_7736 trofeo

Branzi

Branzi

Da una locandina appresi che il 12 gennaio si sarebbe tenuto l’annuale raduno alpino dei Gruppi dell’Alta Valle Brembana a cui,  com’è tradizione,  veniva abbinato il “Trofeo Nikolajewka”, giunto alla 43ª edizione, una gara di sci nordico a tecnica classica in programma sulla pista di fondo di Branzi in località “Gardata”.

http://vallebrembana.org/alpini-alta/nikolajewka.html

Avevo letto molto tempo fa il romanzo autobiografico di Mario Rigoni Stern “Il sergente nella neve”, dove l’autore racconta  le sue avventure da soldato italiano nella seconda guerra mondiale, durante la campagna in Russia. Quel nome, Nikolajewka, me l’ha riportato nella memoria. Appena rientrato  in Sicilia dalla piccola vacanza natalizia, ho voluto approfondire  con ricerche su internet.

Ho letto parecchio e ne son rimasto scosso pensando a tutto quello che i nostri Alpini hanno sofferto in quelle terre lontane.

Per non dimenticare quei tragici momenti  di 71 anni fa, voglio riportare un articolo  scritto sulla “La Stampa”, n.22, gennaio 1963, da Nuto Revelli , Ufficiale degli alpini , reduce di quella battaglia e noto scrittore: (http://www.improntadeglialpini.it/nikolajewka.htm)

“”Nikolajewka:
la vittoria della disperazione

L’ultima battaglia della nostra ritirata di Russia, la battaglia della disperazione e della salvezza per sfondare lo sbarramento sovietico a Nikolajewka, iniziò all’una di notte del 26 gennaio 1943.

Il Corpo d’Armata Alpino, accerchiato da reparti corazzati, aveva cominciato a ripiegare dalla linea del Don il giorno 17: in quel momento, il generale Gabriele Nasci, comandante del Corpo d’Armata, poteva contare su 57.000 uomini, nelle divisioni “Cuneense”, “Julia”, “Tridentina” e “Vicenza”. Dopo nove giorni di combattimenti e di marce in condizioni ambientali tremende, nella neve ora gelata ora sabbiosa in cui si affondava sino al ginocchio, e con un freddo fra i 30° e i 40° sottozero, le nostre truppe si trovarono decimate. Migliaia di alpini erano morti e migliaia erano stati catturati dai russi.

Il 25 gennaio, vigilia della battaglia di Nikolajewka, secondo una relazione del comando del Corpo d’Armata, la situazione era la seguente: “La divisione “Cuneense”, durante la sosta notturna a Derkupsakaja, è circondata da ingenti forze corazzate russe e di essa non si hanno più precise notizie: certo è che il giorno 25 gennaio scompaiono dalla lotta anche i reparti della divisione “Cuneense” e “Vicenza”. La “Julia” più non esiste dal giorno 22. Rimane organica la sola “Tridentina”, anch’essa duramente provata e paurosamente ridotta in fatto di uomini efficienti, di armi e di munizioni: ad ssa si accodano migliaia e migliaia di sbandati, non tutti armati, in parte congelati, stremati, che si trascinano più che camminare”.

In queste condizioni, la “Tridentina” arrivò verso le 15 del 25 gennaio nel grosso villaggio di Nikitowka, ai margini della vasta piana nevosa che porta a Nikolajewka. Alle spalle della divisione veniva l’immensa colonna dei quarantamila sbandati. Erano italiani, ungheresi, tedeschi che avevano perso il contatto con i propri comandi e fuggivano il combattimento, in attesa che i pochi reparti uniti aprissero loro la strada verso ovest.

A Nikitowka, i battaglioni della “Tridentina” ebbero una breve sosta, la prima dall’inizio della ritirata. Il colonnello Giuseppe Adami, comandante il 5° Reggimento Alpini, così ricorda quel giorno: “Concorre a ridare fiducia agli uomini il sole, l’assenza del vento, la temperatura alquanto mitigatasi, la frequente presenza ai lati della pista di isbe, la possibilità di trovare in esse in abbondanza pane, miele, uova, pollame, patate e rape. Gli alpini, dopo tanto digiuno, possono finalmente sfamarsi. Lo spirito si risolleva e le speranze si rinvigoriscono”.

La mia compagnia, la 46^ del Battaglione “Tirano” (5° Alpini). Si disperse fra le isbe in cerca di un posto caldo per dormire, dopo notti e notti trascorse all’addiaccio. Eravamo partiti il 17 gennaio in trecentoquaranta e a Nikitowka ci ritrovammo in un’ottantina, di cui una decina feriti o congelati gravi.

Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all’inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni di marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo “standard”, uguali per la Russia come per l’Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C’era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia. Sotto i cappotti con l’interno di pelliccia indossavamo divise di falsa lana, dura come spilli. Gli unici indumenti caldi erano le calze e le maglie che c’eravamo portati da casa nostra la momento della partenza dall’Italia.

L’armamento, già insufficiente e superato, era stato in parte abbandonato sin dal primo giorno di ritirata per alleggerire le colonne. Avevamo conservato soltanto le armi individuali (il fucile modello 1891), qualche mitragliatore, poche mitragliatrici arrugginite, bombe a mano e scarse munizioni. Non esistevano slitte di dotazione, come invece avevano i tedeschi. Le nostre erano quelle portate via ai contadini russi, rozze e pesanti. Per fortuna, i muli c’erano, e furono la nostra salvezza.

Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, la temperatura riprese a scendere e ritornò quella degli altri giorni, sui 30° sottozero. Io dormivo in un’isba alla periferia di Nikitowka, verso Arnautowo. Eravamo una trentina, accatastati uno sull’altro. Con me stavano il comandante della compagnia, tenente Giuseppe Grandi, di 29 anni, di Limone Piemonte, e i sottotenenti Antonio De Minerbi, di Roma, Mario Torelli, genovese, e Raffaele De Filippis, di Campobasso. Verso l’una sentimmo gli scoppi vicini, come di bombe a mano. Qualcuno disse che c’era l’allarme, am eravamo disfatti e nessuno ebbe la forza di alzarsi. In quel momento era iniziata la battaglia per Nikolajewka.

Ad Arnautowo, un gruppo di case situato su una piccola altura ad un chilometro circa da Nikitowka in direzione di Nikolajewka, forze russe avevano attaccato all’improvviso il Battaglione “Val Chiese” del 6° Alpini e la 33^ Batteria del Gruppo “Bergamo”. Contemporaneamente, altri reparti sovietici, affiancati da bande partigiane, avevano assalito a colpi di mortaio e di cannone anticarro il lato sud-ovest del nostro villaggio.

Noi non sapevamo nulla. Alle 4 del mattino il mio battaglione s’incolonnò pensando che finalmente iniziasse una marcia di trasferimento, una giornata relativamente tranquilla, senza essere di nuovo costretti a combattere per aprire la strada alla sterminata massa dei 40 mila sbandati che ci seguiva dall’inizio della ritirata. Il “Tirano”, come battaglione di punta, si avvicinò ad Arnautowo su una pista in leggera salita. Per la prima volta il reparto marciava ordinato. Come sempre, gli sbandati si erano fermati a Nikitowka ed esitavano a seguirci, forse perché avevano compreso che i russi ci stavano aspettando al varco.

All’improvviso, piovvero sulla nostra colonna alcuni colpi di anticarro. Venivano da Nikitowka, alle nostre spalle. Vidi slitte e muli saltare in aria, e alpini morti e feriti. Ci fu un attimo di smarrimento, poi ci riordinammo e el compagnie del “Tirano” mossero in formazione d’attacco verso le isbe di Arnautowo.

Il primo di noi a trovare gli alpini del “Val Chiese” e gli artiglieri del “Bergamo” morti nei combattimenti della notte fu il sottotenente Torelli che cadde sotto il tiro dei russi con tutti i suoi uomini. Dopo di lui, partì il battaglione: la 49^ Compagnia a sinistra, la 46^ al centro e la Compagnia Comando con la 48^ a destra.

Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all’assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano. Il capitano Franco Briolini, di 35 anni, bergamasco, comandante la 49^, morì. Il mio comandante, tenente Grandi, e il tenente Giovanni Alessandria, di 26 anni, di Diano d’Alba, comandante la Compagnia Comando, vennero feriti gravemente. Caddero fra gli altri, i sottotenenti Giuliano Slataper. 21 anni, triestino; Giuseppe Perego, 23 anni, di Sondrio; Lorenzo Nicola, 26 anni di Piossasco (Torino) e Giovanni Soncelli, 28 anni, di Sondrio.

Alla fine i russi ripiegarono verso Nikolajewka. Noi restammo a raccogliere i feriti presso le isbe di Arnautowo. Grandi, colpito all’addome, era steso sulla neve, nel freddo. Cantava, cantava con un filo di voce e voleva che i suoi uomini cantassero con lui la canzone del capitano ferito. All’intorno giacevano decine e decine di alpini morti. Fra essi il sergente maggiore Stefano Robustelli, di 27 anni, di Grosio (Sondrio); il caporalmaggiore Cesare Marchetti, 25 anni, e il caporale Attilio Colturi, 24 anni, entrambi valtellinesi, e Giovanni Tiraboschi e Giuseppe Traina, ventenni.

La strada per Nikolajewka era aperta. Nella tarda mattinata arrivò il generale Luigi Reverberi, il valoroso comandante della “Tridentina”, accompagnato dal colonnello Adami. Reverberi aveva 51 anni, era vestito come noi, con uno strano berretto di pelo alla russa. Stremato ma ancora combattivo ed energico, ordinò alla divisione di preseguire.

Mentre il “Tirano” contava i propri morti e tentava disperatamente di risolvere l’angoscioso problema del trasporto dei feriti, quarantamila uomini sfilarono davanti a noi, correndo con slitte e muli, senza degnarci di uno sguardo. In testa, come sempre, marciavano i pochi reparti organici della “Tridentina” . Al tramonto, i resti della mia compagnia – quattro slitte stracariche di feriti gravi, seguite a piedi da poche decine di feriti leggeri, di congelati, di disperati – si affacciarono per ultimi sulla piana di Nikolajewka.

La città era già avvolta nel primo buio. Per arrivarvi, bisognava scendere un breve declivio e poi superare il trincerone della strada ferrata, sul lato est. Dietro stava la linea avanzata russa con le armi anticarro, mortai, mitragliatrici. In complesso, le forze sovietiche ammontavano a circa una divisione. L’attacco a questo caposaldo era già iniziato sin dal mezzogiorno, quando noi ci trovavamo ancora ad Arnautowo. Il Battaglione “Vestone” del maggiore Bracchi e il Battaglione “Val Chiese” del tenente colonnello Chierici, affiancati da una batteria del Gruppo “Bergamo”, avevano tentato di superare la ferrovia, ma erano stati bloccati dal fuoco nemico. Reverberi chiedeva l’intervento dell'”Edolo”. Soltanto quest’ultimo, al comando del maggiore Belotti, poteva portarsi all’attacco perché noi del “Tirano” ci eravamo attardati nella marcia.

I resti di un gruppo corazzato tedesco aggregato alla “Tridentina” e comandato dal maggiore Fischer, appoggiavano l’azione con due cannoni controcarro semoventi e due carri armati leggeri. Arrivarono due aerei sovietici. Ronzarono a lungo, volando così bassi che si vedevano le stelle rosse sotto le ali. Dai motori usciva un po’ di fumo. Molti credettero che gli aerei fossero stati colpiti; invece erano le vampe delle mitragliere di bordo che sparavano sulla massa nera che oscillava nella piana.

Mentre si combatteva sotto il tiro degli anticarro e delle mitragliere russe cercando di superare il terrapieno, il generale Nasci ordinò di gettare in avanti tutto il peso della sterminata colonna degli sbandati. Migliaia di uomini, in uno spaventoso groviglio di slitte e muli, rotolarono urlando verso il trincerone della ferrovia. Alla testa erano i generali Reverberi e Giulio Martinat, capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata Alpino. Con loro erano i capitani Giovan Battista Stucchi e Giuseppe Novello e altri ufficiali della “Tridentina”.

Martinat cadde tra i primi mentre portava gli uomini all’assalto. Aveva 52 anni. Un artigliere alpino del gruppo “Bergamo”, Sandro Goglio, che oggi abita a Cuneo, ricorda che mentre correva verso Nikolajewka vide il generale Martinat steso sulla neve, con il braccio destro puntato in avanti verso la città. Morì anche il tenente Giovanni Piatti, di 33 anni, di Como, della 48^, l’unico comandante di compagnia del “Tirano” uscito incolume da Arnautowo. Caddero centinaia e centinaia di alpini. Soltanto il 5° ebbe 576 fra morti e dispersi, e 414 feriti o congelati.

Verso le 18, l’enorme colonna, superato convulsamente il trincerone della ferrovia, travolse la linea di resistenza sovietica e si gettò verso le isbe ancora difese da centri di fuoco nemici. Non si sapeva dove alloggiare le centinaia di feriti, perché tutte le case erano invase dagli sbandati oppure occupate dai soldati russi. Anche per i sovietici, sopraffatti dalla massa enorme di italiani piombata sulla città, esisteva il problema della sopravvivenza. Anche loro erano provati dai combattimenti, con molti feriti, paralizzati come noi dalla temperatura a 30° sottozero.

In questo ambiente, in certi settori della città si stabilì quasi una tregua forzata. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, allora sergente maggiore della 55^ del “Vestone”, entrò in un’isba occupata da soldati russi. Aveva fame. Una donna gli porse un piatto di latte e miglio. Rigoni Stern mangiò sotto lo sguardo dei sovietici, poi ringraziò e uscì.

Alle due di notte del 27 gennaio, con un grido che rimbalzò da un’isba all’altra, arrivò l’ordine di lasciare Nikolajewka. Riprendeva la ritirata verso ovest, verso la salvezza. A noi ufficiali toccò il compito più straziante: scegliere tra i feriti quelli da portare con noi, i meno gravi, per i quali v’era qualche speranza di salvezza. Gli altri, colpiti all’addome o al torace, dovevano essere abbandonati.

Nel buio la disperazione aumentò. I nostri compagni urlavano, non volevano essere abbandonati. Qualcuno, strisciando nella neve, arrivava fino alle slitte e si aggrappava, implorando, piangendo. Così fece uno dei migliori della 46^, l’alpino Rinaldo Tironi, di 30 anni, valtellinese. “Tenente, tenente” mi gridò. “Sono Tironi, non mi riconosce? Non mi abbandoni!”. Lo lasciammo nel freddo. Era una legge bestiale alla quale non potevamo sottrarci.

Il nostro comandante di compagnia, tenente Grandi, morì poco prima dell’alba, appena fuori l’abitato di Nikolajewka, dopo un’agonia senza lamenti. Il suo cadavere rimase sulla slitta sino al mattino del 28, quando lo seppellimmo sotto un palmo di neve.

Lo sbarramento principale era stato superato. Camminammo ancora per cinque giorni e cinque notti, nel freddo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di resistenza nemici, sotto i continui attacchi della caccia sovietica. I piloti russi volavano indisturbati: mai, dall’inizio della ritirata, era comparso anche un solo aereo italiano, neppure per cercarci. In testa continuò a marciare la “Tridentina” , seguita dalla colonna ininterrotta degli sbandati che si allungava nella steppa per una profondità di circa 30 chilometri.

Il 31 gennaio, presso Wosnessenoeka, trovammo pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell’Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. C’era anche un alpino con un braccio amputato ad Arnautowo che si era trascinato per sei giorni con il moncone congelato. Il freddo lo aveva salvato dalla cancrena. C’erano pure alcuni tedeschi, in tuta bianca. Ne fermai uno e gli chiesi se voleva darmi la sua pistolmachine per un pacchetto di sigarette. Accettò. Ormai l’arma non gli serviva più.

Come straccioni, passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c’era anche suo figlio, sottotenente del 5° Alpini.

Percorremmo altri 700 chilometri a piedi, sempre incalzati dai russi che stavano avanzando. Il 1° marzo raggiungemmo Gomel. Diciassette giorni dopo eravamo in Italia. La nostra tragedia era finita. Per andare in Russia, nell’estate del 1942 erano state necessarie duecento lunghe tradotte; per ritornare in patria, nella primavera del 1943, bastarono 17 brevi convogli ferroviari.

Nikolajewka fu una grande vittoria, la vittoria della disperazione……””

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Ernesto Cortazar.

Posted by vittcaltabiano su 6 marzo 2012

Sul lungomare i due amici, Alfio e Turi, si incontrano per la loro quotidiana passeggiata.

Alfio: ciao come va?

Turi: megghiu ora...

A: ma perchè, cosa ti è successo. T: ‘a solita sciatalgia; quannu m’acchiappa è ‘na fitinzia…A: mi dispiace; ma sei andato dal medico?  T: Ma quali medicu; ormai mi curu iu cu votarenne e muscorilli e ittato no letto finu a quannu mi passa . A: allora quando sei a letto faresti bene a sentire un pò di musica buona. T: ma chi musica e musica; iu mi chiuru o scuru e aspettu ca mi passa.A: ascoltami, ti dò io un cd di musica e tu ascoltala, vedrai che ti sentirai meglio. T: e vabbè, ma chi musica è, siciliana? A: no,  è musica suonata al pianoforte da Ernesto Cortazar. T: e cu è? è russu? A: ma no , che dici, si vede che tu non sei uscito fuori dal tuo seminato; tu hai bisogno non di tarantelle, ma di musica dolce, che ti distende l’animo e lo spirito ed anche il corpo..T:ma allura cu è stu Cortazzaru. A: Ernesto Cortazar, si chiama ; è nato a Città del Messico nel 1940  in una famiglia di compositori; a 13 anni , rimasto orfano di entrambi i genitori deceduti a seguito di un incidente stradale, continuò i suoi studi musicali e ad appena 17 anni cominciò a scrivere musica per i film. Eccellente pianista e compositore ebbe un gran successo nel mondo : River of Dreams,  Autumn Rose, Just Four You, Waiting for you, Sentiments  e Sicilian Romance sono solo alcune delle sue composizioni e tante sono anche le colonne sonore.Un brutto male lo finì ad appena 60 anni, nel 2004, ma l’eredita’ musicale che ci ha lasciato continua ora con i suoi due figli, Ernesto Cortazar III ed Edgar Cortazar che sono compositori di successo nel mercato latino, degni eredi della famiglia di compositori Cortazar.

Turi: miiii …non vidu l’ura di sentire ‘stu cd . Ora ti salutu Alfiu , mi ‘nagghiri a mangiari!

Alfio: Anch’io…. allora ciao Turi, alla prossima!

 

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Una pagina di storia.

Posted by vittcaltabiano su 12 febbraio 2012

Il Corriere di Sicilia del 29 Aprile 1945, in edizione straordinaria, riporta così la notizia:

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La smorfia siciliana.

Posted by vittcaltabiano su 5 febbraio 2012

Che tempo! Fuori piove e fa freddo; ed allora, che faccio?  libri, riviste,tv…..No, sono già tanti giorni che sono chiuso in casa aspettanto che le nuvole si diradono ed esca  il sole ed il cielo azzurro; me li son letti quasi tutti…

Basta , ora vado a vedere le mie vecchie carte,  giù in garage; deciso;..miiii….  però lì c’è un freddo cane. Che faccio? Ok, decido: ci vado , ne prenderò un pò, una o due carpette e me le porterò su, a casa, al calduccio. Mi accenderò il mio pc e mi ascolterò un pò di musica dolce…..

Dettofatto:  carpette, pc, musica dolce…papetti…sì papetti  : ah,  quanti ricordi!… me patri, me matri, i me figghi, i me soggeri….; quante loro carte,  di cui proprio  non so separarmi: prima o dopo (dopo, dopo….) mi dovrò decidere a bruciarne un bel pò. Mi piace …crogiolarmi nei miei ricordi….mentre fuori è buio e fa freddo e piove pure; via con Papetti..historie d’o…candilejas…amapola…

Cavolo! questa è bella davvero; che vedo :  un vecchia carta dei miei avi, anzi, più fogli, cuciti in mezzo  con un filo. Mizzica….ma  è  una cabala, proprio così, una cabala, e  tutta  scritta in  siciliano; insomma ,’ na smofia con parole e numeri: vigna sta 80….vinu sta 21…vigna caricata 81..vastuni ( bastone)  sta 36….vasuni (bacio) sta 2….(no,no, questa è troppo forte…siboney…meglio all by myself…), vado avanti…testa sta  3….bestia sta 33…tonica sta 43…….ed è scritta su un documento , mezzo  sgualcito, di un mio avo, Salvatore, padre di mio nonno Paolo , in carta bollata del tempo, che porta la data del 21 agosto 1866:… mi sa rizzunu i carni.!!! quasi 150 anni fa!!!

Questo sì che lo terrò caro. Eccone una pagina:

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Sogno ..o ..realtà!!!

Posted by vittcaltabiano su 8 novembre 2011

Da quanto tempo ero lì,  in quella immensità .

Senza alcun dubbio  ero lì dall’anno 20..; non avevo corpo ; ma mi spostavo molto facilmente con il solo pensiero,tutto dentro una nuvoletta.

In tanti anni avevo incontrato tutti i miei antenati e tutti gli amici, con cui ci ricordavamo i tempi terreni, dalle elementari all’università,  ed oltre; il passato ci appariva davanti senza problemi.I miei bisnonni, i nonni, i miei genitori,i parenti tutti  che erano lì arrivati prima di me, mi raccontavano sommessamente la loro vita ed io li ascoltavo serenamente: loro sapevano tutto della mia vita!

Un giorno, all’improvviso,  arrivò fino a me un brusio sempre crescente ; ad un gruppo vicino chiesi cosa significava; mi risposero che il Sommo, su consiglio dei Saggi, aveva deciso di autorizzare per 1000 secoli, su domanda, la permanenza celeste  in altro posto, anche terreno e fuori dall’Immenso. Non era mai successo in tanti millenni; forse , pensai, cominciamo a starci stretti qui, di quanti siamo, ed occorerrà sicuramente  fare un pò di  spazio.

Colsi a volo l’avviso e mi presentai  nell’Ufficio concessioni:

-lui: dove vuole andare?

-io: a Petrulli;

-lui: Petrulli?…..ma forse voleva dire Petra, in Giordania?

-io: no,macchè Giordania, a  Petrulli, in Sicilia, tra Zafferana e Milo, sotto l’Etna.

-lui: mai sentito; aspetta che controllo; ecco ….c’è…sì….c’è…, ma sei sicuro di volerci andare?

-io: certo e confermo.

-lui: va bene, concesso, per 1000 secoli ; e giù un timbrone rosso sulla mia domanda.

Quel rumore mi fece saltare in aria; guardai la sveglia sul comodino: cavolo, erano già le otto!!! e Lucia dormiva ancora. Che sogno!!! Sogno o realtà!!!

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Flavio Gioia.

Posted by vittcaltabiano su 20 marzo 2011

Il mio amico Giuseppe di Milano  mi ha regalato una bellissima copia di una antica carta geografica  dell’Italia, del 1861, della collezione di Gianni Brandozzi , una carta molto particolare, dove l’Italia è vista dal Nord verso Sud e dove sono riportati, tra l’altro, uomini illustri che hanno reso grande la nostra terra.Degna quindi di rappresentare la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Tra di essi ho notato Flavio Gioia. Nella città dove vivo, una strada è dedicata a Lui. La mia città è a vocazione marinara, con un Istituto Nautico, che ha fornito alla marineria italiana eccellenti Ufficiali, apprezzati  e ricercati dalle migliori compagnie navali italiane ed estere. Non poteva pertanto essere non onorato l’uomo che ha inventato la bussola, dedicandogli una via del centro storico.

Ma Flavio Gioia ha davvero inventato la bussola?

Studi recenti hanno affermato che Flavio Gioia è un personaggio in realtà mai esistito.

La leggenda che lo riguarda, secondo un’attendibile ricostruzione, trae origine da un’affermazione dell’umanista Flavio Biondo, che aveva scritto che la bussola era stata inventata dagli Amalfitani. Questa notizia venne dapprima riportata con l’indicazione dell’autore: “a Flavio traditur”, cioè “viene detto da parte di Flavio”, Biondo s’intende. Poi, spostando una virgola si lesse “a Flavio, traditur”, intendendo che la bussola era stata inventata dagli Amalfitani, “da Flavio, a quanto si dice”. E così nacque il leggendario Flavio “inventore della bussola”.
Statua di Flavio GioiaLo storico napoletano Scipione Mazzella aggiunse, non si sa perché, l’informazione che Flavio sarebbe stato originario della località pugliese Gioia. Recentemente la storica italiana Chiara Frugoni in una dettagliatissima ricerca ha definitivamente dimostrato l’assoluta inesistenza di Flavio Gioa mettendo la parola fine ad ogni possibile dubbio. Questo studio è stato citato e confermato dallo storico Alessandro Barbero nella trasmissione Superquark del 7 agosto 2008.

Tutto ciò in effetti mi ha sconvolto; comunque se Lui non ha inventato veramente la bussola, bisogna dar merito agli Amalfitani di essere stati i primi a capire l’importanza di quel piccolo ago magnetico e di averlo perfezionato,  ed utilizzato per la navigazione nelle loro navi.

Links: http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm

http://www.lisolaweb.com/it/a/il-sensazionale-furto-di-mare-che-fece-scoprire-la-bussola

http://www.laterzalibropiuinternet.it/download/Nuovi_Profili_triennio/NProfili_triennio045.pdf

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Eccolo, il primo fungo!

Posted by vittcaltabiano su 22 settembre 2010

L’ho preso oggi , ma dove ? non posso dirlo !!! Mai dire  dove l’hai trovato, se non solo agli…intimi.

Comunque alle pendici dell’Etna!

Eccolo:  E’ un classico “Mussu di voi “o “Russeddu” ovvero ” Boletus erythropus” .

Di bello aspetto, sodo, compatto, carnoso cresce con particolare proliferazione sull’ Etna e rappresenta nelle antiche tradizioni culinarie locali etnee un’ottima pietanza dopo le adeguate procedure di cottura. Esige una cottura prolungata, perchè possiede una tossina termolabile. Se non cotto adeguatamente può causare gastroenteriti di lieve entità unitamente a brevi ma pur sempre fastidiosi episodi di diarrea, nausea e vomito.

Mia moglie lo conosce già e l’ha ben bollito e conservato in congelatore….per Natale!

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Diventare vecchi……

Posted by vittcaltabiano su 13 marzo 2009

Il sole riempiva di luce il mio balcone  e di calore il mio viso. Stavo piacevolmente appoggiato alla ringhiera e guardavo lontano : l’Etna, che  imbiancata di neve si staccava imponente nello sfondo del cielo azzurro, le case lontane della vicina Giarre, la ferrovia che scorre con i suoi binari  quasi sfiorandole, il campo di patate sotto casa con le sue verdi piantine. E mentre guardavo, pensavo al presente, al futuro ed al mio passato, piacevolmente appoggiato alla ringhiera e riscaldato dai raggi del sole.

Mi venne allora in mente un vecchio, che abitava anni fa in un condominio  non molto lontano dal mio e che vedevo dalla  mia cucina sempre seduto su una vecchia sedia, al sole, sul suo balcone col suo bastone tra le mani ed un  vecchio cappello in testa a falde larghe : vestito decente con giacca e camicia se ne stava lì a crogiolarsi al sole, intere ore, senza muoversi, a volte con la testa piegata e a volte con lo sguardo fisso davanti a lui.

Cosa vedeva, mi chiedevo;  ogni tanto vedevo una donna che usciva sul balcone, lo guardava e rientrava senza una parola; e lui fermo lì, immobile, al sole. Cosa pensava, mi chiedevo : forse alla sua famiglia, ai suoi parenti, al suo passato lavoro, ai suoi mali: il viso immobile con lo sguardo nel vuoto , non una mossa, fermo lì.

Mi dava un senso di gran tristezza, quando una volata di vento all’improvviso mi tolse quel ricordo dalla mia mente, ma rimasi ancora un pò appoggiato al balcone e pensai allora: ma che forse è venuto anche il mio momento? Anch’io stavo lì con lo sguardo lontano, al sole, pensando al mio presente, al mio passato ed al mio futuro; anch’io ho addosso i miei anni : oddio… sto diventando vecchio… anch’io !!!

vangogh-contadino

( vecchio contadino – olio su tela- Vincent Van Gogh (1888 )

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Orazio Strano, Ripostese, Cantastorie Siciliano.

Posted by vittcaltabiano su 16 maggio 2008

Ragazzino passavo qualche ora del tardo pomeriggio, dopo aver fatto i compiti per la scuola, in Piazza S.Pietro, passeggiando avanti ed indietro con i compagni della scuola e della parrocchia e quando arrivava Orazio Strano era una gran festa.

Nato e vissuto a Riposto (1904-1981) Arrazziu Stranu era un cantastorie e con la sua chitarra cantava e narrava fatti realmente avvenuti, facendoci seguire le vicende attaverso il cartellone dove erano raffigurati i personaggi delle sue storie.

Orazio Strano è stato uno dei più grandi cantastorie siciliani; era paralitico ma questo non gli impediva di spostarsi da una parte all’altra dell’isola.

Lui ha composto la prima versione di ” la storia di Salvatore Giuliano” e molte canzoni e filastrocche.

Nel ’60 nella “Sagra dei cantastorie” che si svolge il 29 Giugno a Grazzano Visconti (Piacenza) risulta vincitore. Nel ’62 la Sagra si svolge a Castell’Arquato (Piacenza) e il 1° Luglio la giuria formata da personalità del mondo dell’arte, studiosi del folklore, giornalisti, assegna il titolo a Orazio Strano.

Orazio Strano è ormai considerato da tutti uno dei più grandi poeti e cantastrorie di Sicilia . una ” leggenda ” della nostra storia locale, ed anche siciliana e nazionale, il maestro per eccellenza.

A Riposto è sorto da poco il Museo del Cantastorie, Una Associazione ed un giornale “il Cantastorie Siciliano” distribuito gratuitamente, fondato e curato da Luigi Di Pino, cantastorie ripostese, erede ormai del grande ” Arazziu Stranu “.

Sul web:

http://it.wikipedia.org/wiki/Orazio_Strano

http://www.irsap-agrigentum.it/Cuntastorie%20e%20Cantastorie.htm#Cantastorie%20Siciliani

http://www.irsap-agrigentum.it/monica/nuovi_cantastorie.htm

http://www.rositacalio.it/pages/biografia.htm

http://www.tesionline.com/intl/preview.jsp?idt=18544

http://www.palermoweb.com/lamusicadelsole/cantastorieoggi.asp

http://www.librizziacolori.eu/museo/cantastorie/cantastorie_indice.htm

http://www.cantastorie.org/italiano/attivita.htm

http://www.cantastorie.org/italiano/giornale.htm

http://www.luigidipino.it/

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pensionati.

Posted by vittcaltabiano su 26 marzo 2008

anzianiOggi a Catania: ore 8,15, aspettando sotto i portici davanti all’ingresso degli uffici di un Ente previdenziale , un gruppo di circa 30 pensionati è in attesa dell’apertura del portone d’ingresso previsto per le ore 9.

Un venticello costringe tutti a stare più vicini al portone per ripararsi dal freddo.

Si parlava del più e del meno, delle elezioni, dei candidati, ma sopratutto delle pensioni : ci si lamentava per l’importo che anzicchè aumentare diminuisce perchè questo mese hanno messo addosso le addizionali regionali e comunali ; chi prendeva 720 euro, chi 800, chi gridava che la colpa era dell’euro, chi diceva che i pensionati sono dimenticati, chi diceva che gli onorevoli avevano uno stipendio ed una pensione d’oro e con pochi anni di lavoro ; chi aveva fatto 25 anni di servizio, chi 35……..insomma ognuno diceva la sua e nessuno era contento, anzi….arrabbiati come non mai.

In un’angolo dei portici, in fondo, intanto da un mucchio di cartoni e stracci usciva un uomo, un povero cristo, che molto silenzioso piegò tutti i cartoni che gli erano serviti da giaciglio, sistemandoli dentro uno scatolone e con una bottiglia si versò dell’acqua per lavarsi il viso e berne abbondantemete ; lento lento poi si allontanò in silenzio, l’avevamo disturbato : era l’unico ..sotto i portici..a non lamentarsi!!!

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‘a cuddura ccu l’ovu

Posted by vittcaltabiano su 22 marzo 2008

Tempo di Pasqua, tempo di tradizioni antiche e di ricordi di ..picciriddu…

Oggi, sabato pasquale, mi ricorda che c’era …’a loria..! A mezzoggiorno tutti in chiesa e poi in piazza: che festa… suonavano le campane e la gente contenta con i figlioli che correndo tiravano un laccetto con dei barattoli vuoti e lattine facendolo girare per la piazza con un rumore assordante : e solo quel giorno ed a quell’ora : tutti in festa per la “”l’oria””, la gloria per il Cristo risorto.

fotoal-23-3-08-088.jpgPoi si tornava a casa dove io bambino trovavo , preparata dalla mamma e dalla nonna Rosalia, ‘a cuddura cu l’ovu : che delizia quell’uovo cotto al forno!!!

l_agneddu-pasquali.jpgMia moglie si ricorda anche l’agneddu pasquali , tutto di zucchero, dolcissimo e bellissimo : lo mangiava pizzicandolo di dietro per non guastarlo!!!

Ora… la l’oria è a mezzanotte e a quest’ora i bimbi dormono!!!

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Il carrello della spesa.

Posted by vittcaltabiano su 19 marzo 2008

carrello.jpgTutto aumenta: il pane, il latte, la pasta, l’acqua minerale , la coca cola etc.etc….non se ne può più!!!

Ieri sera con mia moglie ci siamo seduti a tavola ed ci siamo messi davanti tutti i deplians  dei supermercati della ns. zona con le offerte della settimana . E dire che prima li buttavamo!!!

Ed allora: qui prendiamo la pasta…..qui invece il sapone per i piatti…..e la carta igienica??? Oddio non c’è nessuna offerta e dire che è di..gran consumo.. come facciamo??? In compenso ci sono in offerta i fazzolettini ed i tovaglioli monovelo….ebbè ci dobbiamo pur ..arrangiare!!!; qui prendiamo l’acqua minerale …no..no…niente acqua…questa ha un sodio altissimo; andiamo avanti: qui il caffè decaffeninato.. sì..sì  due scatoli…il prezzo è buono..ma vediamo però la scadenza..e la pasta …ma guarda un pò …solo nei formati spaghettini…e vabbè vuol dire che mangeremo per un pò solo questi…bla…bla…bla…bla…

Ma è possibile che ci siamo ridotti così? Sicuramente tutte le famiglie fanno come noi: ci incontriamo spesso nei supermercati ,..i soliti..,ci rinosciamo…tutti a caccia delle offerte.. e si è fortunati se si arriva a prendere  l’ultimo scatolo di fette biscottate, solo perchè era nascosto dietro , in fondo allo scaffale: che gioia…basta poco a renderci felici!!!! Ma intanto il latte in offerta è finito ed allora??? il commesso ci conforta :  domattina arriva un altro camion e ci dovrebbe essere anche il latte: menomale…. siamo salvi!!!

Ah se non ci fossero le offerte ….come sarebbe monotona …la ns. vita!!!!

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