VittCaltabiano's Weblog

Il blog di Vittorio Caltabiano

Archive for marzo 2011

Flavio Gioia.

Posted by vittcaltabiano su 20 marzo 2011

Il mio amico Giuseppe di Milano  mi ha regalato una bellissima copia di una antica carta geografica  dell’Italia, del 1861, della collezione di Gianni Brandozzi , una carta molto particolare, dove l’Italia è vista dal Nord verso Sud e dove sono riportati, tra l’altro, uomini illustri che hanno reso grande la nostra terra.Degna quindi di rappresentare la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Tra di essi ho notato Flavio Gioia. Nella città dove vivo, una strada è dedicata a Lui. La mia città è a vocazione marinara, con un Istituto Nautico, che ha fornito alla marineria italiana eccellenti Ufficiali, apprezzati  e ricercati dalle migliori compagnie navali italiane ed estere. Non poteva pertanto essere non onorato l’uomo che ha inventato la bussola, dedicandogli una via del centro storico.

Ma Flavio Gioia ha davvero inventato la bussola?

Studi recenti hanno affermato che Flavio Gioia è un personaggio in realtà mai esistito.

La leggenda che lo riguarda, secondo un’attendibile ricostruzione, trae origine da un’affermazione dell’umanista Flavio Biondo, che aveva scritto che la bussola era stata inventata dagli Amalfitani. Questa notizia venne dapprima riportata con l’indicazione dell’autore: “a Flavio traditur”, cioè “viene detto da parte di Flavio”, Biondo s’intende. Poi, spostando una virgola si lesse “a Flavio, traditur”, intendendo che la bussola era stata inventata dagli Amalfitani, “da Flavio, a quanto si dice”. E così nacque il leggendario Flavio “inventore della bussola”.
Statua di Flavio GioiaLo storico napoletano Scipione Mazzella aggiunse, non si sa perché, l’informazione che Flavio sarebbe stato originario della località pugliese Gioia. Recentemente la storica italiana Chiara Frugoni in una dettagliatissima ricerca ha definitivamente dimostrato l’assoluta inesistenza di Flavio Gioa mettendo la parola fine ad ogni possibile dubbio. Questo studio è stato citato e confermato dallo storico Alessandro Barbero nella trasmissione Superquark del 7 agosto 2008.

Tutto ciò in effetti mi ha sconvolto; comunque se Lui non ha inventato veramente la bussola, bisogna dar merito agli Amalfitani di essere stati i primi a capire l’importanza di quel piccolo ago magnetico e di averlo perfezionato,  ed utilizzato per la navigazione nelle loro navi.

Links: http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm

http://www.lisolaweb.com/it/a/il-sensazionale-furto-di-mare-che-fece-scoprire-la-bussola

http://www.laterzalibropiuinternet.it/download/Nuovi_Profili_triennio/NProfili_triennio045.pdf

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17 Marzo 2011.

Posted by vittcaltabiano su 17 marzo 2011

Nel mio balcone sventola la bandiera tricolore.

 

Nel 1886 Edmondo De Amicis scrisse nel suo bellissimo libro Cuore:

“Giugno 4, martedì ,   Italia

Salutala così la patria, nei giorni delle sue feste: – Italia, patria mia, nobile e cara terra, dove mio padre e mia madre nacquero e saranno sepolti, dove io spero di vivere e di morire, dove i miei figli cresceranno e morranno; bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli; unita e libera da pochi anni; che spargesti tanta luce d’intelletti divini sul mondo, e per cui tanti valorosi moriron sui campi e tanti eroi sui patiboli; madre augusta di trecento città e di trenta milioni di figli, io, fanciullo, che ancora non ti comprendo e non ti conosco intera, io ti venero e t’amo con tutta l’anima mia, e sono altero d’esser nato da te, e di chiamarmi figliuol tuo. Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi, amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali; amo la tua gloria e la tua bellezza; t’amo e ti venero tutta come quella parte diletta di te, dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome. V’amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine, Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna, Venezia incantevole, Milano possente; v’amo con egual reverenza di figlio, Firenze gentile e Palermo terribile. Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna. T’amo, patria sacra! E ti giuro che amerò tutti i figli tuoi come fratelli; che onorerò sempre in cuor mio i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti; che sarò un cittadino operoso ed onesto, inteso costantemente a nobilitarmi, per rendermi degno di te, per giovare con le mie minime forze a far sì che spariscano un giorno dalla tua faccia la miseria, l’ignoranza, l’ingiustizia, il delitto, e che tu possa vivere ed espanderti tranquilla nella maestà del tuo diritto e della tua forza. Giuro che ti servirò, come mi sarà concesso, con l’ingegno, col braccio, col cuore, umilmente e arditamente; e che se verrà giorno in cui dovrò dare per te il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue e morrò, gridando al cielo il tuo santo nome e mandando l’ultimo mio bacio alla tua bandiera benedetta.””


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Mezzojuso

Posted by vittcaltabiano su 8 marzo 2011

Altra gita del Touring Clug di Giarre, per conoscere luoghi della ns. Sicilia che sono fuori dai classici circuiti turistici, ma che sono da visitare per la loro  storia e   le antiche tradizioni.

Domenica 6 febbraio, è la volta di Mezzojuso. Quando mi è pervenuta la locandina della gita mi sono chiesto: e dov’è Mezzojuso? mai sentito parlare!

Mezzojuso è un comune di circa tremila abitanti della provincia di Palermo, da cui dista 41 km, ed è adagiato su una boscosa collina, sul declivio orientale della maestosa Rocca Busambra. Ha origini antiche, arabe;  il casale sorge infatti come luogo di sosta e di ristoro, Manzil Yûsuf, villaggio di Giuseppe. Il villaggio comincia ad ingrandirsi ed a ripopolarsi fino a quando intorno al 1100  i Saraceni vengono cacciati da  Ruggero II il Normanno e donato al Monastero di San Giovanni degli Eremiti di Palermo. Verso la fine del XV cominciarono ad arrivare i primi albanesi, circa 1200, profughi fuggiti dall’avanzata turca nella loro terra , e saranno loro a far risorgere nuovamente la cittadina.

Successivamente fu costituito a feudo sotto la famiglia Corvino.

Nella rivolta contro i Borboni (1848-1860) è fra i principali centri organizzativi. Qui viene fucilato F. Bentivegna il 21 dicembre 1856.

Dal 2 al 4 agosto1862   Mezzojuso accoglie Garibaldi.

L’economia del paese si basa essenzialmente sulla coltivazione dei tradizionali seminativi come il grano il duro, la sulla, i cereali, l’olio extra vergine, proveniente da vecchi e nuovi impianti di oliveti, e dall’allevamento di ovini, bovini e caprini.

Nella piazza principale del paese sorgono le due matrici: quella dell’Annunziata, di rito latino, e che è di antica costruzione, forse normanna, ricostruita circa nel 1572 ed in seguito rimaneggiata; e la Chiesa di San Nicolò di Mira, di rito greco bizantino, che fu fondata nel 1516 dagli esuli albanesi, ma che anche questa, ha subito successivamente delle alterazioni, al cui interno oggi troviamo svariate icone sull’iconostasi bizantina. Non molto lontano c’è la chiesa di Santa Maria delle Grazie con l’annesso Monastero Basiliano, sede di un importante laboratorio di restauro del Libro Antico, e la biblioteca dove si custodiscono pregiati codici greci ed antiche cinquecentine.

Le altre foto su :  http://www.flickr.com/photos/vitt/sets/72157626106137273/

Oltre che per le sue Chiese, Mezzojuso è nota anche peril “Il Mastro di Campo“, pittoresca pantomima popolare che si ripete nella piazza principale del paese da almeno due secoli,  nell’ultima domenica di Carnevale.

Lo spettacolo coinvolge circa 90 personaggi che indossano dei costumi che si rifanno al sec. XV e ha come soggetto una ostacolata storia d’amore fra il Mastro di Campo e la Regina. La relazione tra i due viene contrastata dal Re.  Dopo una serie di continui attacchi del Mastro di Campo e dei suoi alleati per la scalata al castello, finalmente, il Mastro di Campo riesce a salire sul Castello e a conquistare la Regina. Il Re sconfitto viene fatto prigioniero e condotto in catene dal Mastro di Campo, dalla sua Regina e da tutta la Corte per le vie principali del paese .

L’evento si tramanda oralmente e nel corso dei secoli, ha subito delle modifiche, come quelle relative all’intervento del personaggio storico “Giuseppe Garibaldi” e di alcuni suoi uomini garibaldini.

Di seguito la descrizione della pantomima, tratta da un opuscolo distribuito in piazza dagli organizzatori


All’ora convenuta entrano in piazza il Re e la Regina seguiti dal corteo reale: i Dignitari riccamente abbigliati alla spagnola, le Dame di compagnia, il Segretario e la sua consorte, i Corazzieri a cavallo ed infine gli Schiavi Turchi.

Li precede il Maestro delle Cerimonie o “Mastru di Casa”, che tra ossequi e riverenze apre il passaggio alla Corte finché questa non prende posto sul palco reale. Sono appena iniziate le danze, quando da un angolo della piazza irrompe il Mastro di Campo a cavallo, preannunziato dal rullo del tamburo. Lo seguono, il Comandante dell’artiglieria ed i suoi aiutanti, l’Ambasciatore, gli Ingegneri di guerra, Garibaldi e Garibaldini, il Barone e la Baronessa, il Foforio ed i suoi uomini, i Maghi, i Massarioti ed i Giardinieri.

Il Mastro di Campo fa segni amorosi alla Regina, che di nascosto dal marito, gli risponde, mentre il Re incomincia a passeggiare nervosamente per il Castello. Smontato da cavallo, l’eroe inizia a misurare la distanza dalla fortezza con un cannocchiale e comincia a studiare attentamente le posizioni nemiche.

Con l’assistenza degli ingegneri, che nel frattempo hanno già proceduto alla misurazione del campo di battaglia e ai rilevamenti del terreno, studia la mappa del percorso e subito dopo scrive la sua lettera di sfida e la invia al Re tramite l’Ambasciatore.

Il Re accetta la sfida, e risponde a sua volta; inizia così la battaglia: tuonano i cannoni da entrambe le parti, il Mastro di Campo incomincia la sua danza di guerra seguito dal Tamburinaio ed ostacolato nel suo muoversi dal Pecoraio, simbolo delle forze oscure.

La Cavalleria attacca il Castello e la folla con lanci di confetti, mentre i Foforio creano il panico sequestrando gli avversari del Mastro e rilasciandoli solo dopo averne ottenuto il riscatto. Il Nostro Eroe intanto prova ad avvicinarsi al Castello ma, viene respinto dagli schiavi Turchi che ingaggiano continui scontri con i Picciotti di Garibaldi.

Durante gli scontri il Mastro di Campo, ogni tanto, fa dei cenni alla Regina, che lo saluta col fazzoletto, riesce a corrompere gli schiavi, tenta di scalare il Castello, ma viene respinto.

Dopo essere disceso, sempre più irato, consulta i maghi, da fuoco di persona al cannone ed uccide il Pecoraio. Con una lunga scala l’eroe tenta nuovamente l’ascesa al castello, ma il Re con un colpo di spada lo ferisce ed il Mastro cade all’indietro: è A caruta ru Mastru di Campo.

L’eroe viene raccolto dai Foforio e portato a curarsi le ferite. La Baronessa in segno di lutto si copre con un velo nero e va a consolare la Regina, mentre nel castello si fa festa.

Nel frattempo i Maghi sono alla ricerca della “travatura”, un tesoro consistente in un pitale di maccheroni, che verrà ritrovato sotto il palco e divorato dagli stessi servendosi esclusivamente delle mani.

Ma ecco che il Mastro ritorna: ricomincia la lotta. Si scambiano nuovamente le sfide, tuona il cannone, mentre il Nostro riesce ad avere di nascosto un fugace abboccamento con la Regina e subito dopo riprende la sua danza di guerra. Intanto la Regina corrompe il cannoniere reale che incomincia a fallire i colpi. Accortosi del tradimento, il sovrano uccide il cannoniere, ma il Mastro di Campo riesce a salire sul Castello e a conquistare lo Regina.

Il Re sconfitto, viene fatto prigioniero e condotto in catene dal Mastro di Campo e dalla sua Regina, per le vie del paese.


Le foto su http://www.flickr.com/photos/vitt/sets/72157626238452496/

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